lunedì 20 aprile 2026

Stregonerie - O i tramonti romani

Nel rugby il saltatore riesce a raggiungere altezze notevoli e agguantare il pallone sparato dal tallonatore solo con l'aiuto dei compagni che lo alzano per i pantalocini. A crearsi è una montagna pulsante di muscoli con le braccia del giocatore sottostante che spingono verso l'alto sparando il compare fino a tre metri e mezzo nell'aere. 
Quando accade ciò generalmente la tifoseria si galvanizza e i cori si rafforzano. Chi ha vissuto a Roma per qualche tempo nei pressi dell'Olimpico, in quell'ansa che il Tevere disegna in corrispondenza di Ponte Milvio, sa cosa aspettarsi la domenica sera dal quartiere Flaminio. Il parcheggio non lo si trova neanche barattandolo con la propria anima, e sul finire della primavera c'è un'aria rarefatta, aranciata, tracciata da quel sole che al tramonto fa cadere la Capitale in un dolce incanto. L'incanto dura poco se nel giorno del Signore si è nei pressi dello stadio. Centinaia, migliaia di voci cercano di farsi tutt'una e spronare i loro beniamini trasformando quel paese incantato nello scenario perfetto di una battaglia tra antichi romani e galli. Chi non segue il calcio ignora che quei cori magari sono vecchi anni e li cantavano i primi appartenenti al tifo organizzato giallorosso con i loro tamburi e i loro striscioni. Prima che l'emiciclio venisse ristrutturato, non c'erano sedili ma solo gradoni e la frangia ultrà dominante aveva il diritto di prelazione sui migliori.  Si poteva partire da casa anche cinque ore prima per occupare una postazione di prestigio e, una volta che il proprio gruppo l'aveva ottenuta, bisognava difenderla dai rivali. 
Secondo Canetti quando si prende in considerazione il luogo stadio la massa è 'doppiamente chiusa' dal momento che alla città l'arena rivolge 'un muro privo di vita' che va a specchiarsi con un muro di uomini che voltano la schiena alla quotidianità per potersi guardare l'un l'altro. [Canetti E., Massa e potere, Milano 1981, Adelphi, pg.133]

Sarà questa la stregoneria che permette, in un'ammiccante serata romana a poveri, ricchi, operai, notai, medici, scolari e pensionati di gridare insieme, all'unisono, 'Roma Roma Roma, lasciace cantà, da sta voce nasce un coro, sò centomila voci, c'hai fatto innamorà'.

Bibiliografia:

-  Villan A., Augustinus D.B., Ab curva condida: Storia e geopolitica del tifo romanista, tratto da Limes, 11, 2025

 




 

 

 

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